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| N. 7/8 ANNO IV |
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Luglio-Agosto 2003 |
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| Un delitto dimenticato |
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Salvatore Burrafato |
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Il ricordo di Antonino Burrafato, sottufficiale degli agenti di custodia al carcere di Termini Imerese, assassinato dalla mafia, nelle parole del figlio Salvatore |
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Antonino Burrafato, vicebrigadiere degli agenti di custodia, fu barbaramente ucciso da mano mafiosa il 29 giugno 1982. Il figlio, Salvatore Burrafato, ricorda il sacrificio del padre, “eroe dimenticato”, padre e marito esemplare, vittima della ferocia mafiosa in uno dei periodi più bui della nostra storia.
Tutto accadde alle ore 15.30 del 29 giugno 1982. In quel giorno fu assassinato a Termini Imerese, in Piazza S. Antonio, da barbara e vigliacca mano mafiosa il sottufficiale degli agenti di custodia, Antonino Burrafato. A quattro passi da casa, a due passi dal carcere “Cavallacci”: il suo posto di lavoro. Aveva 49 anni.
Una storia che non è fatta solo di terapie e rimedi, ma soprattutto del senso del dovere che nell’esistenza della vita di mio padre si è concretizzato non solo nel lavoro ma anche nei sentimenti. La trama della sua vita è stata intessuta con la trama della vita dei detenuti. Le loro patologie, i loro atteggiamenti quotidiani, il sacrificio vissuto in carcere hanno costituito il sostanziale fulcro della storia di Antonino Burrafato.
Vicebrigadiere degli agenti di custodia era un marito fedele e laborioso, un padre affettuoso e premuroso. Uno di quegli uomini che ogni donna sogna di avere al proprio fianco e che ogni ragazzo sarebbe orgoglioso di avere come guida. Coraggiosamente si era schierato dalla parte dello Stato in un’epoca in cui bastava poco per finire nel mirino della mafia. Un eroe del nostro tempo, la cui vita è stata spezzata ingiustamente solo perché non si piegava a ricatti e minacce in un posto di trincea, com’era il carcere dei Cavallacci negli anni ’80, dove - tra gli altri - era detenuto quel Leoluca Bagarella che, come si seppe molti anni dopo, decretò la sua morte.
La sua colpa? Una vivace discussione con un mafioso allora detenuto nel carcere di Termini Imerese. La questione in sé era banale. Un permesso forse non accordato, perché quelle erano le disposizioni dei suoi superiori, del regolamento ed alle quali si doveva attenere. Il risultato di questo rifiuto generò il suo isolamento nel luogo di lavoro. Solo, davanti ad un boss del calibro di Leoluca Bagarella cognato di Totò Riina, in quel tempo al massimo della sua potenza, ed al quale nessuno poteva dire no.
Un’offesa da lavare col sangue. Di lì a poco (a testimonianza dell’alta permeabilità delle strutture carcerarie prima del 41 bis) la vendetta venne consumata. Era addetto all’ufficio matricola ed anche in quel giorno d’estrema calura, in leggero ritardo rispetto agli orari quotidianamente osservati, inconsapevole del suo ingrato destino, dopo essersi affettuosamente intrattenuto con me e mia madre per l’ultima volta, uscì per tornare al lavoro. Il cammino che lo portava da casa al carcere era breve e lo percorreva a piedi come ogni giorno. Lo hanno assassinato in modo spietato, sotto il tiro incrociato della lupara e di una rivoltella calibro 38, colpendolo, mentre si trovava sul lato più basso di piazza S. Antonio, quando era oramai a pochi passi dal carcere. Poi, abbiamo saputo che i killers avevano sparato da un’auto dapprima con un fucile a canne mozze senza colpirlo. Solo uno di loro era sceso a terra ed aveva sparato cinque colpi mortali con una calibro 38 centrandolo alla testa e al torace.
Il delitto venne anche rivendicato da una colonna delle Br in risposta a presunte vessazioni subite in carcere all’Asinara dai militanti rossi reclusi nel carcere speciale. Bastò una rapida verifica per scoprire il bluff: mio padre non era mai stato all’Asinara. I suoi ventuno anni in divisa li aveva trascorsi tutti al carcere dei “Cavallacci”; si era trasferito a Termini Imerese da Nicosia, dove era nato, e lì stette fino alla morte.
Il 1982 era l’anno in cui i sicari di Cosa Nostra prendevano di mira i rappresentanti chiave delle istituzioni: il 30 aprile veniva assassinato Pio La Torre, il segretario del Pci; il 3 settembre Carlo Alberto Dalla Chiesa, il prefetto di Palermo e la sua giovane moglie Manuela Setti Carraro. Anche Burrafato era un rappresentante delle istituzioni: del corpo degli agenti di custodia (oggi Polizia Penitenziaria), un servitore dello Stato che pagò con la vita la sua lealtà verso la legge. Un eroe dei nostri tempi ma appartenente alla categoria di quelli di cui ci si dimentica. Sì, perché si ricordano solo i personaggi illustri, le vittime eccellenti, non pensando che il dolore per la perdita di un proprio caro risulta essere uguale per tutti: si piange e ci si dispera nello stesso modo e s’impara a convivere con quel senso di vuoto e con il dolore che lacera alla stessa maniera. Più grave per chi ha dovuto aspettare un lungo ventennio prima che, accertata la verità, venisse fatta giustizia.
Dopo ben 14 anni – 31 ottobre 1996 – le dichiarazioni di Salvatore Cucuzza, “uno dei tanti pentiti”, hanno consentito alla Procura di Palermo di chiedere il rinvio a giudizio di Leoluca Bagarella, Giuseppe Lucchese, Antonino Marchese, Pietro Senapa e dello stesso Cucuzza; quest’ultimo, diversamente dagli altri imputati, avendo chiesto ed ottenuto il giudizio con rito abbreviato.
Questa “ordinaria” vicenda giudiziaria suscita stati d’animo contrapposti. Da una parte coloro che considerano equa la condanna di un killer ad appena 10 anni di reclusione; un assassino che, soltanto dopo aver fatto l’esperienza del carcere duro, ritiene proficua la strada della collaborazione con l’autorità giudiziaria senza alcun reale pentimento per l’accaduto. Dall’altra parte i duri, coloro i quali in linea di principio non ammettono un’attività processuale strutturata – quasi esclusivamente – sulle dichiarazioni rese dai “pentiti”, ricordando (a ragione) che prima di divenire collaboratori di giustizia sono stati dei killers senza scrupoli che, seminando sangue e terrore, si sono pregiati di spezzare la vita di uomini, inermi, la cui unica colpa è quella di avere sempre assolto al proprio dovere. Ancorché il nostro codice penale preveda la pena dell’ergastolo per chi commette il reato di omicidio, l’acquisizione dello status di “pentito” ha determinato anche in questo processo, dapprima la riduzione della pena dall’ergastolo a 20 anni di reclusione; poi, attraverso la richiesta di giudizio con il rito abbreviato, l’ulteriore riduzione della pena ad anni 13 e 4 mesi. In ultimo, le “attenuanti generiche” invocate dalla difesa di Salvatore Cucuzza, durante il processo d’appello, sono state determinanti affinché la condanna finale si concretizzasse in soli 10 anni di reclusione.
E noi familiari delle vittime della mafia? In mezzo a queste contraddizioni continuiamo a sperare nell’attualità della giustizia con la duplice consapevolezza che senza la collaborazione dei “mafiosi pentiti” tanti processi non si sarebbero potuti celebrare, così come senza i “mafiosi” Cucuzza, Bagarella, Riina, Provenzano… i loro cari vivrebbero ancora.
Un libro per riportarlo alla memoria collettiva, una lapide sul luogo del delitto a Termini Imerese, una villa a Nicosia la città delle sue origini, ricordano la sua semplicità di lavoratore in divisa, un simbolo conosciuto per la sua integrità e per il suo rigore morale – sia come uomo, sia come guardia carceraria – emblema di coloro i quali vogliono affermare il diritto ad un’esistenza libera da ogni forma di prevaricazione e di compromesso con il potere corrotto e criminoso.
Queste iniziative, pertanto, consentiranno di ricordare mio padre – un uomo che è stato ucciso perché non ha osservato le famigerate leggi dettate dalla violenza e dalle barbarie degli uomini appartenenti a Cosa Nostra – ed anche le tante storie di mafia che non riescono a superare i confini della cronaca per riacquistare rinnovata valenza civile; contribuendo ad accendere i riflettori sul carcere, sul suo carico di condizionamenti ambientali forti, sui detenuti e sugli agenti di custodia: ausilio concreto per rendere giustizia a tutti quei servitori dello Stato che sono morti per non aver voluto cedere né al permissivismo né al delirio sadico.
In questa società che vive, nel bene e nel male, continue trasformazioni, invasa da notizie che si succedono freneticamente e che cancellano sistematicamente i fatti appena accaduti, la memoria, quella collettiva, di intere generazioni deve costituire la prospettiva concreta per un futuro migliore.
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