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In un libro-intervista Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia ripercorrono la lunga esperienza alla Procura di Palermo |
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Gian Carlo Caselli, da qualche settimana rappresentante dell'Italia in Eurojust a Bruxelles, è stato il procuratore della Repubblica di Palermo dal dicembre 1992 al luglio 1999. Con uno dei suoi principali collaboratori di allora, il p.m. palermitano Antonio Ingroia, Caselli ha riflettuto ad alta voce davanti al giornalista Maurizio De Luca che ha trasformato il dialogo dei due magistrati in un libro, "L'eredità scomoda", che entra a pieno diritto tra i documenti del nostro tempo.
La memoria di sette anni della storia del nostro Paese è infatti la prima ragione della straordinaria testimonianza raccolta nel volume. Anni cruciali dopo che, nell'estate del 1992, con le stragi di Capaci e di via d'Amelio, lo Stato era stato messo in ginocchio dalla criminalità mafiosa. Il 23 maggio di quell'anno terribile l'auto sulla quale viaggiano Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta salta in aria mentre percorre il tratto di strada dall'aeroporto di punta Raisi a Palermo, distrutta da una carica di esplosivo che un "gruppo di fuoco" aveva sistemato sotto l'asfalto e azionato con un telecomando. Neppure un mese dopo, la domenica 19 luglio, un'autobomba collocata nel cuore di Palermo provoca un'altra strage e uccide il giudice Paolo Borsellino mentre si reca a far visita alla madre. Vicende atroci, che venivano a sommarsi ad altri episodi in una spirale di sangue che sembrava destinata a fermarsi soltanto con la sconfitta definitiva dello Stato. Vicende tese a dimostrare la potenza invincibile dell'organizzazione mafiosa e la sua capacità di sfidare le istituzioni colpendole negli uomini simbolo. Oggi quel tempo sembra lontanissimo tanto che è difficile rivivere la sensazione che allora provammo di vivere in un Paese dannato a una specie di "libanizzazione". Se ora quella sensazione ci sembra appartenente al passato remoto, nonostante i pochissimi anni trascorsi, è perché lo Stato ha reagito. Ma "Stato" è un'entità astratta che diventa concreta se qualcuno la incarna. Caselli e Ingroia sono tra le persone che hanno fatto argine, tenendo la trincea della legalità. La volontà di persone come loro, insieme a investigatori, poliziotti, carabinieri, militari di leva ed ampi settori della popolazione palermitana e italiana, ha avuto ragione di una sfida al limite dell'impossibile e ha consentito di giudicare i criminali, dopo regolari processi, grazie anche a una crisi senza precedenti dell'organizzazione, con una sequela di pentimenti che smentivano una regola di omertà prima infrangibile. Da ciò centinaia di arresti, la scoperta di pericolosi latitanti, la confisca di patrimoni immensi.
Dunque, un libro della e per la memoria, anzitutto. Per non dimenticare ciò che è accaduto e ciò che ha reso possibile l'uscita da un incubo. Molto opportunamente gli autori ci fanno scorrere davanti agli occhi date, nomi, episodi che hanno visto il sacrificio di imprenditori come Libero Grassi, giovani come Peppino Impastato, religiosi come padre Puglisi, poliziotti, come il vicequestore Rino Germanà, e poi magistrati, da Gaetano Costa a Rocco Chinnici, Giacomo Ciaccio Montalto, Antonino Saetta, Rosario Livatino. Persone che vanno ricordate perché si sono opposte al crimine con la sola arma della legalità, pur quando erano consapevoli del rischio che correvano. Il pallore mortale di Borsellino, che Ingroia incontra nel palazzo di giustizia palermitano subito dopo la morte di Falcone, è la prova del presentimento del magistrato per la propria sorte. Ma - ricorda ancora Ingroia - Borsellino anche nelle ultime settimane di vita si dedica al lavoro con energia moltiplicata, non perde un istante nel tentativo di concludere le indagini in corso, in una lotta eroica contro il tempo.
Questo tratto di storia del nostro Paese viene ricostruito attraverso le parole dei protagonisti che ci rendono partecipi delle emozioni, delle notti insonni, delle decisioni sofferte, dei dubbi di talune scelte, della generosità dei ragazzi delle scorte, dei rapporti con i colleghi e con il personale della polizia, degli straordinari risultati conseguiti tra difficoltà e rischi gravissimi, dei sacrifici per le famiglie.
Un secondo percorso di riflessione riguarda le condizioni che hanno consentito di raggiungere i risultati vincenti, la prima delle quali viene identificata nella possibilità di disporre di efficaci strumenti di accertamento. Gli autori si interrogano a fondo, con un rigore che non elude nessuna obiezione, sui collaboratori di giustizia per concludere, con argomenti fondati sull'esperienza, d'altronde già formatasi in Caselli all'epoca di Patrizio Peci e delle indagini torinesi sul terrorismo delle BR, che, nonostante tutto, quello strumento è insostituibile se si vuole smantellare un'organizzazione chiusa e protetta come Cosa Nostra. Ricordando le parole di Falcone, Caselli sostiene che "i collaboratori non sono mai troppi", tanto che non appena la mafia ha cominciato a riapparire forte, il numero dei collaboratori è improvvisamente crollato. Il problema non è dunque il numero dei collaboratori, ma la capacità di gestirli correttamente. La seconda condizione, non meno essenziale, consiste in un sistema processuale non sbilanciato in danno dell'accusa. Perché le garanzie non siano a senso unico, trasformandosi in privilegio, il processo deve realizzare allo stesso modo le garanzie per le vittime e per la società. Un processo che si preoccupi di essere "giusto" soltanto per uno degli interessi della vicenda sottoposta al giudizio, diventa uno strumento che produce inesorabilmente ingiustizia, perché assolve anche là dove non vi è innocenza.
A questo proposito, il breve capitolo su Andreotti, che tante polemiche ha sollevato, deve essere letto senza malevole amputazioni. Ciò di cui gli autori sono preoccupati non è certo il giudizio della Corte, non condiviso, ma certamente rispettato, bensì l'esigenza di regole che consentano al giudice di tener conto di tutti gli elementi di prova e lo preservino da quel bombardamento di pre-giudizi, formulati dall'esterno, che rappresenta davvero una alterazione delle condizioni di serenità che debbono circondare l'attività del giudice. Un'alterazione nota soltanto in Italia, quanto meno nella misura che purtroppo conosciamo, e che evidentemente non vale allo stesso modo per coloro che non dispongono di forti sostegni nei mass-media.
Il libro è percorso da una terza linea di riflessione che riguarda il lento e insidioso declino della solidarietà intorno a chi indaga, il moltiplicarsi degli attacchi contro chi difende lo Stato, la progressiva "distrazione" della politica dalla questione mafia. "L'eredità scomoda", alla quale allude il titolo, è tale per chi da un lato vorrebbe che la lotta alla mafia fosse delegata interamente alla magistratura e, dall'altro lato, è pronto a revocare la delega non appena l'intervento penale rischia di lambire le complicità degli insospettabili. L'evoluzione della storia - dagli anni dell'impegno e della tensione antimafia agli anni della distrazione, della rimozione, della disinformazione e della denigrazione - sembra tratta di peso dalla vicenda del prefetto Mori, richiamato a Roma dal fascismo, nel momento in cui stava avvicinandosi alle complicità politiche che sostenevano - storia di sempre! - il fenomeno mafioso. Una vicenda remota nel tempo, ma che sembra destinata a ripetersi.
Vi è negli autori la consapevolezza che un'epoca si è chiusa nel momento in cui si è realizzata quella condizione di isolamento, di silenzioso abbandono, che riproduce oggettivamente una situazione di forza per un potere criminale tutt'altro che definitivamente sconfitto. Perché è avvenuto? attraverso quali meccanismi? Domande che scorrono sotto pelle attraverso quasi tutto il dialogo, ma che trovano risposta soprattutto nell'ultima parte del libro, la più sofferta e spietata. Anzitutto con se stessi, perché i magistrati si interrogano se per caso abbiano commesso errori, per rispondersi, dopo un'analisi senza sconti, di aver operato "esattamente come avrebbero fatto Falcone e Borsellino, se fossero stati ancora vivi". Non sono gli errori, sempre possibili, ciò che spiega il mutato atteggiamento di tanta parte della società e della politica, bensì il riemergere di un'Italia dell'impunità e delle furbizie. Più specificamente, il livore e la violenza degli attacchi, proseguiti contro Caselli persino dopo che aveva assunto l'incarico di capo del DAP, vengono spiegati con il tentativo di cancellare un'esperienza e un metodo di lavoro incompatibili con oltraggiose immunità o colpevoli reverenze.
"A vincere - scrive Caselli - non è tanto la forza della mafia. È piuttosto la nostra debolezza". Questa semplice, terribile verità è dimostrata da un libro eccezionalmente denso di insegnamenti e, malgrado tutto, aperto alla speranza. Una speranza che, però, dipende interamente dalla nostra responsabilità.
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