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L'uomo che ha guidato la lotta alla mafia ripercorre la sua esperienza al servizio della giustizia. Una vita piena di lotte e di ricordi |
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Intervista con Antonino Caponnetto |
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Uno straordinario protagonista di quella stagione difficile che lo ha visto in
prima linea nella lotta alla mafia. Così si può dire di Antonino Caponnetto,
l'ex magistrato siciliano che dal 1983 al 1990 ha creato e diretto il pool antimafia
presso il Tribunale di Palermo. Oggi questo "uomo-simbolo" - una definizione
estranea alla sua sensibilità - ha 81 anni e vive a Firenze in una casa dove
oltre al cinguettio degli uccelli e al profumo dei libri, si sente il peso di
un'esperienza unica, densa di ricordi tangibili come la grande fotografia in
cornice di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Antonino Caponnetto è entrato in magistratura nel 1954, è stato a lungo magistrato
di sorveglianza a Firenze, per poi diventare sostituto procuratore generale presso
la Corte d'Appello di Firenze come ricorda lui stesso nel corso di questa intervista.
Dopo la morte di Rocco Chinnici, Caponnetto chiede nel 1983 il trasferimento
a Palermo dove dirige l'Ufficio Istruzione e dove chiuderà nel 1990 la sua lunga
esperienza. Un itinerario professionale pieno di lotte e di impegno, di emozioni
e di ricordi, che ha voluto ricostruire in questo colloquio.
Ci può descrivere la sua esperienza come Presidente della Sezione di Sorveglianza
di Firenze?
"È stata veramente irripetibile. Quando arrivai alla Sezione di Sorveglianza,
non c'era niente: mancavano i registri, gli stampati, tutto. Al solito, in Italia
si fanno le regole e non si prepara il terreno. Ho avuto giorni "affannosi",
e ho dovuto inventare i registri, gli stampati, tutto quanto, partendo da zero.
Un'esperienza irripetibile, anche per i segni che mi ha lasciato, per l'esperienza
che ho vissuto, per il contatto con il mondo del carcere, che conoscevo appena.
Non ne conoscevo il lato umano e questa vicinanza con il mondo dei detenuti credo
mi abbia provato proprio interiormente. Ricordo che venivo criticato da certe
riviste e accusato di lassismo per il modo con cui amministravo i detenuti. Dovevo
concedere loro la possibilità di avvicinare i familiari, e questo non mi veniva
perdonato da certe riviste rigorose e puntigliose". Oggi è in voga una tendenza
a ritenere il carcere irriformabile, quindi a ritenere quasi tempo sprecato quello
destinato ai tentativi di cambiarlo e di riformarlo.
Cosa pensa di un atteggiamento simile?
" Una smentita a questa tesi viene dall'ultimo periodo della direzione dell'Amministrazione
penitenziaria, gestita da Gian Carlo Caselli. Egli ha dimostrato con le sue aperture
e con il suo ottimismo, che si può entrare dentro questo mondo, se ne può assimilare
la mentalità, e se ne possono comprendere le esigenze. Direi che questo è doveroso.
Con la chiusura aprioristica a questo mondo non voglio avere a che fare. Bisogna
pensare al recupero della gente e questo è un problema fondamentale, anche nell'interesse
economico. Non serve a nessuno fare intristire i detenuti, farli incattivire.
Abbiamo interesse a recuperarli e a farne dei soggetti attivi nella società.
Quindi è molto importante questo discorso. Vorrei che lo comprendessero, se mi è consentito
il termine, tanti oscurantisti".
Malgrado tutto, esiste un consenso abbastanza ampio sull'idea della riforma e
della trasformazione dentro il carcere per cambiarlo. Questa idea però sembra
che stenti moltissimo a tradursi nei fatti.
Secondo la Sua esperienza che cosa è mancato o manca?
" A mio parere mancano gli operatori penitenziari. Non ho le statistiche e i
numeri, ma credo che manchino molti educatori, operatori, assistenti sociali
che dovrebbero essere la spina dorsale per la riforma penitenziaria. Senza di
loro non si possono fare queste riforme".
Che ricordo ha dell'Amministrazione Penitenziaria?
" Forse sono stato fortunato perché ho sempre trovato dei direttori buoni e volenterosi,
pecore nere non ne ho mai trovate. Sono sempre stati pronti a intervenire. Tra
l'altro ho passato dei periodi brutti: il periodo famoso della turbolenza delle
Murate di Firenze dove c'era una sommossa la settimana. Erano giorni bruttissimi".
Lei è andato poi a dirigere un ufficio di primissima linea: l'ufficio istruzione
del tribunale di Palermo, ha lavorato a fianco con Giovanni Falcone, ha conosciuto
Borsellino e tanti dei magistrati di quella stagione. Vediamo in questa stanza
i loro ritratti e sappiamo che per Falcone lei è stato come un padre.
"… un fratello più grande".
Ecco: al di là di questo pezzo di storia che lei ha scritto per il Paese con
questi magistrati e per il modo con cui ha condotto quell'ufficio, può dirci
che relazione c'è stata tra queste due esperienze, apparentemente così diverse:
la sorveglianza, prima, e l'ufficio delle indagini dopo?
" Ho fatto sempre tutto con la stessa serietà e con lo stesso impegno. Sono stato
portato in Sicilia da un'esigenza interiore, veramente sofferta: restaurare la
legalità nel mio Paese. Sono nato in Sicilia e questo mi ha fatto sentire, dopo
la morte di Chinnici, l'esigenza di contribuire in qualche modo al riscatto della
mia terra natale. Quel delitto mi colpì profondamente e chiesi, dopo pochi giorni,
senza averne parlato a mia moglie, che non me l'ha ancora perdonato, di andare
a sostituire Chinnici. Ne sentivo il bisogno come siciliano, e andai a prendere
il posto del povero Chinnici. Fu un'esperienza indimenticabile, anche dal lato
umano e non solo professionale. Lavorare accanto a Falcone e Borsellino mi ha
arricchito spiritualmente, come uomo. Quando se ne sono andati è come se la mia
vita fosse cessata".
E adesso?
" In mente ho solo ricordi. Scrivo appunti, rispondo alla gente che mi scrive,
alla gente che vuole sapere che cosa penso di certe cose, che chiede la mia presenza.
Ho parlato con decine di migliaia di studenti negli ultimi nove anni da quando
sono morti Paolo e Giovanni, ho girato tutto il Paese per spiegare ai giovani
chi erano questi due grandi uomini, che cosa mi hanno insegnato, per cosa hanno
lottato, i loro ideali. Ho cercato di far camminare, proprio, con le mie gambe
gli ideali per cui hanno sofferto e per cui sono morti. Non so in che misura
ci sono riuscito. Tanta gente mi ricorda ancora, tanti studenti e insegnanti
mi scrivono e mi chiedono ancora della mia presenza. Questo mi commuove veramente
e mi dà una grande gioia".
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