3 settembre 2010-1.57.45  
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA - DIPARTIMENTO DELL'AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

 

 
           
 
 
 

N. 4 ANNO II  
Aprile 2001


 
PERSONAGGI
 
Testimone di libertà  
L'uomo che ha guidato la lotta alla mafia ripercorre la sua esperienza al servizio della giustizia. Una vita piena di lotte e di ricordi
 
Intervista con Antonino Caponnetto
 
Uno straordinario protagonista di quella stagione difficile che lo ha visto in prima linea nella lotta alla mafia. Così si può dire di Antonino Caponnetto, l'ex magistrato siciliano che dal 1983 al 1990 ha creato e diretto il pool antimafia presso il Tribunale di Palermo. Oggi questo "uomo-simbolo" - una definizione estranea alla sua sensibilità - ha 81 anni e vive a Firenze in una casa dove oltre al cinguettio degli uccelli e al profumo dei libri, si sente il peso di un'esperienza unica, densa di ricordi tangibili come la grande fotografia in cornice di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Antonino Caponnetto è entrato in magistratura nel 1954, è stato a lungo magistrato di sorveglianza a Firenze, per poi diventare sostituto procuratore generale presso la Corte d'Appello di Firenze come ricorda lui stesso nel corso di questa intervista. Dopo la morte di Rocco Chinnici, Caponnetto chiede nel 1983 il trasferimento a Palermo dove dirige l'Ufficio Istruzione e dove chiuderà nel 1990 la sua lunga esperienza. Un itinerario professionale pieno di lotte e di impegno, di emozioni e di ricordi, che ha voluto ricostruire in questo colloquio.

Ci può descrivere la sua esperienza come Presidente della Sezione di Sorveglianza di Firenze?
"È stata veramente irripetibile. Quando arrivai alla Sezione di Sorveglianza, non c'era niente: mancavano i registri, gli stampati, tutto. Al solito, in Italia si fanno le regole e non si prepara il terreno. Ho avuto giorni "affannosi", e ho dovuto inventare i registri, gli stampati, tutto quanto, partendo da zero. Un'esperienza irripetibile, anche per i segni che mi ha lasciato, per l'esperienza che ho vissuto, per il contatto con il mondo del carcere, che conoscevo appena. Non ne conoscevo il lato umano e questa vicinanza con il mondo dei detenuti credo mi abbia provato proprio interiormente. Ricordo che venivo criticato da certe riviste e accusato di lassismo per il modo con cui amministravo i detenuti. Dovevo concedere loro la possibilità di avvicinare i familiari, e questo non mi veniva perdonato da certe riviste rigorose e puntigliose". Oggi è in voga una tendenza a ritenere il carcere irriformabile, quindi a ritenere quasi tempo sprecato quello destinato ai tentativi di cambiarlo e di riformarlo.

Cosa pensa di un atteggiamento simile?
" Una smentita a questa tesi viene dall'ultimo periodo della direzione dell'Amministrazione penitenziaria, gestita da Gian Carlo Caselli. Egli ha dimostrato con le sue aperture e con il suo ottimismo, che si può entrare dentro questo mondo, se ne può assimilare la mentalità, e se ne possono comprendere le esigenze. Direi che questo è doveroso. Con la chiusura aprioristica a questo mondo non voglio avere a che fare. Bisogna pensare al recupero della gente e questo è un problema fondamentale, anche nell'interesse economico. Non serve a nessuno fare intristire i detenuti, farli incattivire. Abbiamo interesse a recuperarli e a farne dei soggetti attivi nella società. Quindi è molto importante questo discorso. Vorrei che lo comprendessero, se mi è consentito il termine, tanti oscurantisti".
Malgrado tutto, esiste un consenso abbastanza ampio sull'idea della riforma e della trasformazione dentro il carcere per cambiarlo. Questa idea però sembra che stenti moltissimo a tradursi nei fatti.

Secondo la Sua esperienza che cosa è mancato o manca?
" A mio parere mancano gli operatori penitenziari. Non ho le statistiche e i numeri, ma credo che manchino molti educatori, operatori, assistenti sociali che dovrebbero essere la spina dorsale per la riforma penitenziaria. Senza di loro non si possono fare queste riforme".

Che ricordo ha dell'Amministrazione Penitenziaria?
" Forse sono stato fortunato perché ho sempre trovato dei direttori buoni e volenterosi, pecore nere non ne ho mai trovate. Sono sempre stati pronti a intervenire. Tra l'altro ho passato dei periodi brutti: il periodo famoso della turbolenza delle Murate di Firenze dove c'era una sommossa la settimana. Erano giorni bruttissimi".

Lei è andato poi a dirigere un ufficio di primissima linea: l'ufficio istruzione del tribunale di Palermo, ha lavorato a fianco con Giovanni Falcone, ha conosciuto Borsellino e tanti dei magistrati di quella stagione. Vediamo in questa stanza i loro ritratti e sappiamo che per Falcone lei è stato come un padre.
"… un fratello più grande".

Ecco: al di là di questo pezzo di storia che lei ha scritto per il Paese con questi magistrati e per il modo con cui ha condotto quell'ufficio, può dirci che relazione c'è stata tra queste due esperienze, apparentemente così diverse: la sorveglianza, prima, e l'ufficio delle indagini dopo?
" Ho fatto sempre tutto con la stessa serietà e con lo stesso impegno. Sono stato portato in Sicilia da un'esigenza interiore, veramente sofferta: restaurare la legalità nel mio Paese. Sono nato in Sicilia e questo mi ha fatto sentire, dopo la morte di Chinnici, l'esigenza di contribuire in qualche modo al riscatto della mia terra natale. Quel delitto mi colpì profondamente e chiesi, dopo pochi giorni, senza averne parlato a mia moglie, che non me l'ha ancora perdonato, di andare a sostituire Chinnici. Ne sentivo il bisogno come siciliano, e andai a prendere il posto del povero Chinnici. Fu un'esperienza indimenticabile, anche dal lato umano e non solo professionale. Lavorare accanto a Falcone e Borsellino mi ha arricchito spiritualmente, come uomo. Quando se ne sono andati è come se la mia vita fosse cessata".

E adesso?
" In mente ho solo ricordi. Scrivo appunti, rispondo alla gente che mi scrive, alla gente che vuole sapere che cosa penso di certe cose, che chiede la mia presenza. Ho parlato con decine di migliaia di studenti negli ultimi nove anni da quando sono morti Paolo e Giovanni, ho girato tutto il Paese per spiegare ai giovani chi erano questi due grandi uomini, che cosa mi hanno insegnato, per cosa hanno lottato, i loro ideali. Ho cercato di far camminare, proprio, con le mie gambe gli ideali per cui hanno sofferto e per cui sono morti. Non so in che misura ci sono riuscito. Tanta gente mi ricorda ancora, tanti studenti e insegnanti mi scrivono e mi chiedono ancora della mia presenza. Questo mi commuove veramente e mi dà una grande gioia".

 

 




 

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