3 settembre 2010-1.56.59  
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA - DIPARTIMENTO DELL'AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

 

 
           
 
 
 

N. 10 ANNO III  
Ottobre 2002


 
GIUSTIZIA
 
Il prima e il dopo  
Nelle parole del figlio di Giuseppe Mazzola, ucciso dalle brigate rosse nel giugno del 1974, il ricordo e l’amarezza di un evento che ha cambiato la sua vita.
 
Incontro con Piero Mazzola
 
«Avrei preferito fare il penalista. Ma temevo di non essere abbastanza sereno. Non avrei problemi a difendere una parte civile. Ma se mi trovassi davanti a un imputato di omicidio? Non lo ammetto. Nessuno ha il diritto di togliere la vita a un altro. Non ammetto neppure la pena di morte. Non fa differenza se uccide lo Stato».

Inizia così il colloquio con Piero Mazzola, avvocato amministrativista e tributarista. Aveva 28 anni il 17 giugno 1974 quando a Padova, alle 10 e 15 del mattino, alcuni brigatisti rossi entrati nella sede del MSI di via Zabarella gli uccisero il padre. Giuseppe Mazzola era un ex carabiniere che arrotondava la pensione tenendo in ordine le carte della sezione. Non aveva la tessera del MSI. Era monarchico, perché aveva prestato giuramento al re quando s’era arruolato. Le 50 mila lire al mese che riceveva per quel lavoro da pensionato gli servivano. Aveva quattro figli. «C’è il prima e il dopo. In mezzo c’è quel mattino. Nulla è più come prima». Piero Mazzola ha una barba brizzolata e occhi chiari. Prima di oggi non ha mai voluto parlare in pubblico della frattura che segna “il prima e il dopo” nell’esistenza sua e della sua famiglia. Lo ringrazio di aver accettato di aprirsi con “Le Due Città”.

Qual è il rapporto tra la vittima e la giustizia?
«È un rapporto difficile, spesso penoso. Le vittime danno fastidio e sono a mala pena tollerate. Dovrebbe esistere un servizio che le orienta, una specie di sportello dove qualcuno dia spiegazioni non burocratiche. Non cercavo qualcuno per mostrare i muscoli. Non è questo l’atteggiamento. Alla vittima interessa che lo Stato non l’abbandoni, che non la tratti come un peso del quale preferisce liberarsi in fretta. Il rapporto di fiducia con lo Stato è fatto di un tessuto sottile, facilissimo da recidere, difficile da ricostruire. Questo filo si spezza spesso per la vittima. E allora si vive una seconda ingiustizia».

Senza dubbio lei avrà riflettuto su questo atteggiamento, che viene descritto in termini simili da moltissime vittime. Se ne è dato una spiegazione?
«Non penso che dipenda da un disegno consapevole di trattar male le vittime. Credo che occorra una riflessione continua e attenta sulla realtà della vittima. Nel nostro Paese, almeno per ora, questa riflessione manca. C’è piuttosto un modo di fare burocratico. Uno dei compiti del Ministero della Giustizia sarebbe di guardare anche “dall’altra parte”. Non c’è solo l’imputato, con le garanzie, con la difesa, con le regole che lo proteggono. Giusto. Ma c’è anche la vittima. Che affronta una vicenda difficile dopo aver subito un lutto gravissimo. Non deve far fronte soltanto al problema economico. Non c’è solo il problema giuridico dell’assistenza. È in gioco tutto il rapporto con l’istituzione».

E nel suo caso?
«Ho avuto una grande fortuna. Ho incontrato un magistrato come Pietro Calogero. Ho consumato le scale per il numero di volte che sono andato da lui. Temevo di seccarlo. Non ha mai avuto un istante di insofferenza, non mi ha mai ascoltato distrattamente. È grazie a lui che non si è rotto il rapporto tra me e lo Stato. Ma altri sono stati molto diversi. Il processo è stato una vicenda terribile, kafkiana. La sentenza divenne definitiva nel 1992. Quel giorno ero in Cassazione e leggevo sul giornale che Franceschini stava passeggiando libero per Roma! Pensi: prima ancora che il processo che lo riguardava fosse concluso!».

E poi?
«Poi c’era la sensazione di presa in giro. Cossiga s’era messo in testa di graziare Curcio. Feci sapere che chiedevo ufficialmente la sospensione della cittadinanza italiana. Non volevo essere rappresentato, in quanto italiano, da un simile presidente, che pensava, privandomi del diritto al processo, di graziare la persona che aveva deciso la morte di mio padre. Che altro potevo fare? Tutto ciò ha avuto per me e i miei familiari un costo umano micidiale. Una sensazione di presa in giro la ebbi anche durante il processo di merito, quando qualcuno degli imputati, senza farsi sentire dal giudice, si rivolgeva a me con scherno. C’era una doppiezza nel loro atteggiamento. Da un lato mostravano di essere pentiti, dall’altro mantenevano la loro sfida».

Questi ricordi incidono sul problema del perdono?
«Il perdono non c’entra. Attiene al foro interno. La domanda “perdono sì o perdono no” è senza senso. Qualunque sia l’atteggiamento del foro interno, nulla cancella ciò che è stato. Il problema è invece quello del pietismo. C’è un falso pietismo, a volte per calcolo politico, che travolge il significato retributivo che secondo me la pena deve avere. Guardi, non sono per una pena crudele e mi rendo conto perfettamente di ciò che vuol dire privare della libertà qualcuno. Vorrei che di questa pena, che è contro la natura dell’uomo, si potesse fare a meno. Ma la retribuzione è necessaria per far capire.
Non si tratta di odiare. La catena dell’odio va spezzata. Ho evitato di far sapere ai miei figli, finché non sono cresciuti, come fosse morto il loro nonno, nel timore che potessero alimentare l’odio verso qualcuno. La vittima, anche quando si costituisce come parte civile nel processo, deve intervenire per spezzare la catena dell’odio. Chiedere giustizia significa appunto questo».

In altri Paesi la voce della vittima è sentita molto di più che da noi. E trova spazio anche nella fase esecutiva, dopo la condanna. È d’accordo?
«Sì, occorre eliminare la sensazione che lo Stato ti voglia archiviare in fretta, che ti voglia estromettere da una vicenda che è la tua vita stessa. Deve cessare una trascuratezza che ti fa sentire quasi un rompiscatole. La vittima chiede soltanto giustizia e perciò non può avere un posto inferiore a quello di nessun altro».

La ringrazio, avvocato Mazzola.
«Mi lasci dire ancora una cosa. Vede, c’è un errore che continuiamo a commettere. Ci si occupa dell’imputato perché l’imputato è vivo e si dimentica che chi è morto è una persona allo stesso modo. Una persona che merita pietà. La sua sofferenza non è meno reale, solo perché non fa sentire la sua voce. La sua esistenza non vale meno, solo perché altri possono parlare e lei non può più farlo. Noi spesso la dimentichiamo. Parliamo di processo Sofri, anziché di processo Calabresi. Forse Calabresi, che è stato ucciso come mio padre, conta meno di Sofri? Ci preoccupiamo della storia dei detenuti, anziché di quella di tanti innocenti ridotti per sempre al silenzio. Dovremmo parlare di loro. Loro dovrebbero essere il centro della nostra attenzione. Anche oggi vorrei che parlassimo di mio padre».

Che cosa direbbe di suo padre?
«Era mio padre».

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(intervista raccolta da Giovanni Tamburino)

 

 




 

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