3 settembre 2010-1.57.13  
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA - DIPARTIMENTO DELL'AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

 

 
           
 
 
 

N. 10 ANNO III  
Ottobre 2002


 
GIUSTIZIA
 
La ricerca della verità  
Incontro con Paolo Bolognesi
 
 
La testimonianza del presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Bologna, per il quale «la memoria è l’unico mezzo per giungere alla verità»

«La battaglia non è conclusa, in Parlamento come nelle strade, non è stata ancora fatta giustizia degli orrori della nostra storia repubblicana». È questo il messaggio lanciato da Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, intervenuto al convegno fiorentino Modernità e diritti: la tutela delle vittime.

Il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato, in data 15 marzo 2001, una decisione quadro, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale alla quale i Paesi membri avrebbero dovuto adeguarsi entro il marzo scorso. L’Italia ha dato risposta a queste richieste?
«Presso il Ministero della Giustizia è stata istituita il 2 aprile 2001, poi ricostituita il 7 marzo 2002, una Commissione sui problemi e sul sostegno delle vittime dei reati, presieduta da Giorgio Santacroce. A questa hanno preso parte molte delle associazioni delle vittime, tra cui la nostra, per elaborare un progetto di legge che risponda alle indicazioni europee e alle esigenze delle vittime e dei loro parenti. Ancora oggi, però, la proposta è nel cassetto del ministro Castelli».

All’interno del progetto da voi elaborato si parla di un Fondo di solidarietà. Sappiamo, tuttavia, che, solo il terrorismo, è costato allo Stato italiano 103 miliardi di euro, di cui appena 28 milioni destinati al risarcimento delle vittime e dei loro familiari. Non crede che l’idea di un Fondo, che cade in concomitanza con l’attuale difficoltà nel far quadrare i conti dello Stato, diventi utopistica?
«Anche nella quantificazione del Fondo siamo stati obiettivi e realisti. E poi pensi che il peso che avrebbe sul bilancio sarebbe di gran lunga minore della penale che l’Italia dovrà pagare per non essersi adeguata in tempo alle direttive UE. Insomma, più la legge ritarda la sua approvazione, più alta sarà la multa dell’Unione. Anche per questo è decisivo l’impegno profuso nella suddetta direzione dalle associazioni delle vittime».

Venendo proprio alle associazioni. In questo convegno se ne sono ritrovate almeno 20 e qualcuno già parla di una Fondazione nazionale che le raccolga tutte. Le sembra un’ipotesi realizzabile?
«Credo che la creazione di una fondazione unitaria sia impossibile; più realistico sarebbe parlare di una federazione, ma anche quest’ipotesi sarebbe comunque di difficile realizzazione. Ogni associazione, persino ogni individuo che ne prende parte, ha una sua storia e un suo dramma personale che difficilmente si fonde con gli altri. Proprio in funzione di ciò rimane decisivo che ognuno faccia la propria parte, offra la sua vicenda alla causa seguendo la scia che è stata tracciata in questo convegno, ossia l’incontro, il dialogo, il confronto. In fondo ci unisce il fardello di tante tragedie che, in qualche modo, ci hanno colpito un po’ tutti».

Nell’ambito più ristretto del terrorismo, quello che le interessa maggiormente, ha mai creduto che lo Stato abbia o abbia avuto delle responsabilità dirette nel consumarsi di quegli orrori?
«L’ho creduto e lo credo tuttora. Se ancora oggi abbiamo una verità monca su quei fatti è colpa di uomini che, nelle Istituzioni, non hanno sposato la nostra causa. In realtà nessuno ha mai pagato: i servizi segreti coinvolti nei depistaggi erano nominati dal mondo politico e ne erano gli esecutori. Ci aspettavamo una risposta dallo Stato, se non per le responsabilità penali di quegli uomini, almeno per quelle politiche».

La vostra associazione organizza mostre, convegni, promuove studi e inchieste. Alcune persone credono che per superare una tragedia il miglior modo sia dimenticare. Al contrario sembra che voi facciate di tutto per tenere viva la memoria. Non la considera una forma di autolesionismo?
«Più che autolesionismo il nostro è un atteggiamento missionario. La memoria, per noi, è l’unico mezzo per giungere alla verità e ottenere la giustizia dovuta; ricordare ci dà la forza di lottare e andare avanti; dimenticare sarebbe uguale ad arrendersi».

Alle 10,25 del 2 agosto 1980 una bomba nella sala d’aspetto della stazione di Bologna ha ucciso 85 persone e ne ha ferite 200. Da quel giorno come è cambiato il suo concetto di perdono?
«Credo che dobbiamo distinguere il perdono come scelta personale, intima e direi silenziosa, dalla riconciliazione che dovrebbe, però, investire tutta la Nazione e non solo le vittime o i loro parenti. Riconciliazione che, tuttavia, ritengo impossibile senza il raggiungimento della verità completa, da cui siamo ancora molto lontani. Troppo spesso in Italia perdono viene inteso come fine della ricerca della verità e conclusione dell’impegno verso la giustizia. Questo noi non potremo accettarlo né ora, né mai».
(D.A.)

 

 




 

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