Alcuni mesi fa la redazione de Le Due Città fu contattata dall’assistente capo Pietro Carboni della casa circondariale di Alghero che esprimeva il desiderio, condiviso da tanti altri operatori, di veder raccontato, sulle pagine della nostra rivista, il drammatico episodio che nella notte del 18 novembre 1945 insanguinò il carcere sardo, durante il quale persero la vita cinque agenti di custodia. Per agevolare la ricostruzione dei fatti, Carboni ci inviava un’interessante documentazione che ci ha consentito di conoscere più a fondo la dinamica di quei drammatici fatti, il cui ricordo è ancora vivo non solo in quanti operano all’interno della casa circondariale. Le Due Città, che, come i nostri lettori sanno, ha avviato “il progetto memoria”, diretto innanzitutto a onorare la memoria di coloro che hanno perso la vita al servizio del Corpo e dell’Amministrazione Penitenziaria, ha pensato di raccontare quei tragici fatti attraverso la ricostruzione di Giampaolo Cassitta, che ha ripercorso i luoghi dove si svolsero i fatti, evocando l’atmosfera e il terrore di quella terribile notte del 1945.
Il sovrintendete in congedo Salvatore Tedde con molta passione e generosità ha sollecitato l’Amministrazione comunale di Alghero a mettere in atto iniziative finalizzate a mantenere vivo il ricordo delle vittime, ed è stato così ottenuto che nel cimitero di Alghero sia stata posta una lapide commemorativa dei cinque agenti che riporta, oltre ai nomi e alle foto delle vittime,la scritta: "Da mano adusa al delitto barbaramente trucidati nell’adempimento del dovere, nel supremo sacrificio, nell’eterno riposo – dal Corpo di Polizia Penitenziaria ad imperituro ricordo".
Il bagno penale di Alghero fu finanziato con la legge n. 1694 del 25 febbraio 1864 che assegnava in concessione perpetua e gratuita al ministero della Marina il terreno sul colle di San Giovanni. Nel 1867 ci fu il passaggio dell’amministrazione dei Bagni penali (o ergastoli per forzati) dal ministero della Marina al ministero dell’interno. L’ergastolo di Alghero entrò in funzione nel marzo 1868. all’epoca dei tragici fatti, all’interno dell’ergastolo (trasformato poi in casa di reclusione) erano attive numerose lavorazioni: officina meccanica, fabbri, sartoria, falegnameria, calzaturificio e la lavorazione del crine per la realizzazione di materassi e scope che venivano poi inviati anche ad altre carceri.
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