3 settembre 2010-1.56.17  
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA - DIPARTIMENTO DELL'AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

 

 
           
 
 
 

N. 2 ANNO IV  
Febbraio 2003


 
VITTIME
 
Vivi nel ricordo  
Assunta Borzacchiello
Con il “Progetto memoria” Le Due Città vuole rendere omaggio a tutte le vittime della Polizia Penitenziaria che hanno perso la vita per l’espletamento del loro dovere
 
 
“Le Due Città”, nel numero di ottobre 2002, ha ospitato un ampio servizio sulle vittime dei reati, vittime innocenti di mafia o terrorismo, vittime di incidenti o di eventi drammatici, vittime troppo spesso dimenticate da una società distratta, che brucia in fretta il ricordo del dolore di chi è stato colpito negli affetti più cari. Sono proprio i familiari a chiedere alle Istituzioni di tenere alta l’attenzione per la tutela della memoria delle vittime di reato costituendo numerose associazioni, che invocano giustizia in quei casi in cui la giustizia non è riuscita a dare un nome a chi si è macchiato di crimini vili e terribili o anche solo per onorare la memoria di persone innocenti che hanno perso la vita per disegni criminosi d’inaudita violenza. Molte sono le “vittime del dovere”, uomini e donne che hanno perso la vita nell’espletamento del dovere al servizio dello Stato. L’Amministrazione Penitenziaria ha versato un alto contributo di sangue nel corso degli anni. Era il 1945 quando la prima strage si compì nel carcere di Alghero. qui, durante un tentativo di evasione, persero la vita cinque agenti di custodia: Giovanni Bacchiddu, Ugo Caridi, Paolo Pittalis, Ettore Scalas e Salvatore Soro. Da allora tanti altri tragici episodi hanno purtroppo allungato la lista delle vittime, tra esse non solo operatori della Polizia Penitenziaria, ma anche medici (Paolella, Furci, Gadolfi), magistrati (Minervini, Tartaglione), l’assistente sociale Graziella Giarola Vassallo, uccisa nel 1973 durante la rivolta nel carcere di Alessandria.
Vite spezzate, famiglie segnate per sempre dal dolore per una perdita irreparabile. Lo scorso 29 ottobre, il largo antistante la Scuola di formazione del personale dell’Amministrazione Penitenziaria di Cairo Montenotte, è stato intitolato ai Caduti della Polizia Penitenziaria (vedi Le Due Città novembre-dicembre 2002). Il Capo del Dipartimento Giovanni Tinebra, nel messaggio inviato alle autorità di Cairo in occasione della solenne cerimonia dello scoprimento della targa, ha dedicato parole di gratitudine e commossa partecipazione dell’Amministrazione alla memoria degli operatori della Polizia Penitenziaria vittime della ferocia terroristica e mafiosa o della criminalità comune, o che hanno perso la vita in situazioni di grave pericolo per la sicurezza degli istituti penitenziari.
L’impegno morale è quello di non dimenticare coloro che hanno perso la vita al servizio delle Istituzioni, per questo “Le Due Città” intende contribuire al “progetto memoria” ricostruendo la storia umana e professionale delle vittime, raccogliendo le testimonianze e il ricordo dei familiari, perché l’unica arma contro l’oblio è tenere vivo il ricordo di chi non c’è più, perché il ricordo delle vittime non è solo un lutto privato, ma anche un lutto collettivo.

Apriamo la raccolta di testimonianze ricordando il sovrintendente di Polizia Penitenziaria Pasquale Di Lorenzo, vittima della mafia nel 1992, riconosciuto “Vittima del dovere” con decreto del Ministero dell’interno del 26 ottobre 1992.

Sono le prime ore dell’alba del 14 ottobre 1992, a casa Di Lorenzo arriva una telefonata che segnerà tragicamente la vita di una famiglia composta, fino a quel momento, da quattro persone: il capo famiglia, Pasquale Di Lorenzo, 45 anni, la moglie Angela Cillis, Ilenia e Doriana, le figlie, che all’epoca hanno 18 e 16 anni. Pasquale Di Lorenzo era un sovrintendente di Polizia Penitenziaria, prestava servizio nel carcere di Agrigento e, in assenza del comandante, svolgeva le funzioni di reggente. Di Lorenzo era conosciuto come “persona dotata di forte carattere, non incline a compromessi e considerato dai detenuti un duro”, consapevole della delicatezza che il suo ruolo richiedeva in un istituto penitenziario con una forte presenza di detenuti per reati di mafia. Nel 1992 si era in piena guerra di mafia, il Paese era sconvolto per le stragi di Falcone e Borsellino, la risposta dello Stato alle carneficine mafiose era stata ferma e decisa. Di lì a poco, l’introduzione del “41 bis” darà via al cosiddetto “carcere duro”.
Il 13 ottobre Pasquale Di Lorenzo si trovava in campagna, in contrada Durruelli di Porto Empedocle, dove possedeva un appezzamento di terra che utilizzava per l’addestramento di cani da difesa, una passione cui Di Lorenzo si dedicava nelle ore libere dal lavoro. In campagna era andato alle 10 e vi era rimasto per l’intera giornata. Calata la sera, Di Lorenzo non aveva ancora fatto ritorno a casa, ma la signora Angela non era preoccupata perché sapeva che, come era solito fare, Pasquale si sarebbe trattenuto fino a tardi. Quella sera, però, il ritardo si era protratto oltre il consueto e la signora Angela trascorse la notte insonne, attenta a ogni rumore di macchina che potesse farle sperare che l’uomo stesse per rientrare a casa. Alle prime luci dell’alba ebbe un brutto presentimento e chiamò il vicino di casa, in campagna, pregandolo di verificare se il marito fosse ancora sul posto. Il vicino uscì e scorse la macchina di Di Lorenzo fuori del cancello che immette nella proprietà, si avvicinò e vide il corpo dell’uomo disteso supino sul terreno, la macchina con il finestrino aperto, sul sedile posteriore c’era il pastore tedesco che, però, sembrava tranquillo. L’uomo rientrò in casa e telefonò alla signora Di Lorenzo, poi chiamò la polizia. Pasquale Di Lorenzo era morto, era stato ucciso con quattro colpi d’arma da fuoco.
Il collaboratore di giustizia Alfonso Falzone, autoaccusatosi del delitto, al processo celebrato nel 1999 presso la Corte d’Assise di Agrigento, prima sezione, svelò il movente, fece i nomi dei mandanti e il nome del complice che, insieme a lui, fu l’esecutore materiale del delitto. L’omicidio era maturato in un clima d’intimidazione e di ritorsione, Di Lorenzo fu identificato come obiettivo simbolo della vendetta mafiosa, che doveva prevedere l’uccisione di un poliziotto penitenziario per ogni carcere della Sicilia. Progetto scellerato che, fortunatamente, non fu attuato, perché le menti strategiche della mafia temettero che il piano avrebbe comportato un’attenzione troppo forte da parte delle forze dell’ordine. La vita del sovrintendente, però, era ormai tragicamente segnata.
Pasquale Di Lorenzo cominciò ad essere pedinato, in un primo momento gli assassini pensarono di ucciderlo nei pressi dell’abitazione, progetto accantonato perché il sovrintendente abitava in una cooperativa dove vivevano altri colleghi e questo avrebbe potuto comportare dei rischi, così, venendo a sapere della casa in campagna, si decise che l’agguato poteva essere portato a termine in quel luogo appartato e solitario. La sera del 13 ottobre i killer si appostarono di fronte al canile di Di Lorenzo, verso le 23 l’uomo spense le luci per andare via, uscì dall’abitato, chiuse il cancello e si avviò verso la macchina, a quel punto partirono due colpi dal fucile a canna lunga di Gerlando Messina, complice di Falzone, Di Lorenzo cadde a terra e Falzone lo finì con altri tre o quattro colpi di pistola. L’indomani mattina avvenne la scoperta del corpo senza vita di Pasquale Di Lorenzo, disteso sulla schiena, accanto all’auto.
Al processo le dichiarazioni del collaborante Falzone convergeranno con quelle rese da Giovanni Brusca, che confermerà la seguente tesi: l’omicidio di Di Lorenzo è maturato nell’ambito di una strategia terroristica portata avanti dagli appartenenti a Cosa Nostra nei confronti di operatori della Polizia Penitenziaria, a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 41 bis Ord. Pen.

 

 




 

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