3 settembre 2010-1.55.52  
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA - DIPARTIMENTO DELL'AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

 

 
           
 
 
 

N. 5 ANNO V  
Maggio 2004


 
DENTRO IL CARCERE
 
Notizie oltre i cancelli  
Rossana Arzone
Ospitano notizie e inchieste, ma soprattutto danno voce a chi è recluso. I giornali realizzati negli istituti penitenziari hanno ognuno una storia importante di creatività e impegno
 
 
Sono più di 70, ma una cifra esatta è difficile stabilirla, perché alcuni hanno breve durata, altri sono semplicemente bollettini interni e poco hanno di giornalistico. I loro titoli sono curiosi e allusivi come: “Carte Bollate”, “Altre Prospettive”, “Altrove”, “Sosta Forzata” e ancora “Comunicare” “Nonsolochiacchiere” “Spazio ristretto”, “Ristretti orizzonti”, “Ragazze fuori”. Stiamo parlando dei giornali, tanti, che vengono realizzati all’interno degli istituti penitenziari: Case di reclusione, a custodia attenuata, Ospedali psichiatrici giudiziari e istituti minorili. Si tratta di pubblicazioni per lo più a cadenza mensile o trimestrale, con una tiratura media di 12 mila copie, in alcuni casi sono iniziative singole, in altri coordinate e finanziate da Regioni o Comuni, sta di fatto che sorprende spesso la riuscita del prodotto e la professionalità con cui i detenuti riescono ad informare chi sta dentro e soprattutto chi sta fuori. È sorprendente se si pensa anche alle difficoltà con cui i “giornalisti” reclusi devono fare i conti: controlli, telefonate contate, orari di visita e così via.
Dal dicembre 1999 a coordinare un po’ questa galassia di redazioni sono l’Associazione di volontariato “Pantagruel” e il “Coordinamento Informazione e Giornali del Carcere”, «non senza qualche difficoltà - come dichiara il responsabile dell’Associazione “Pantagruel” Giuliano Capecchi - di carattere logistico ma anche per mancanza di fondi». È proprio quest’ultima voce a pesare di più sull’andamento delle riviste; i fondi infatti su cui poter far conto sono solo quelli del capitolo delle attività ricreative, culturali e sportive, quelli che vengono dal volontariato e quelli eventualmente forniti dagli Enti locali delle Regioni, Province o Comuni. Le difficoltà di questo reperimento determinano la breve vita di alcune di queste testate e la scarsità di occasioni organizzate per parlare di informazione in carcere.
Ogni giornale ha una sua storia, una sua fisionomia, in alcuni casi il direttore è un esterno, in altri è lo stesso direttore dell’istituto, gli argomenti trattati i più vari: problemi internazionali e sociali, temi legati alla salute e all’emarginazione in generale, ma sono soprattutto le storie di chi vive la detenzione quelle che occupano più spazio sulle pagine. Per chi si sente escluso dalla società, che non può vedere la famiglia e le persone care è un modo per comunicare con l’esterno, per far conoscere a chi sta fuori come si sta dentro, cosa si prova, quali sono i problemi che si vivono tutti i giorni. Certo, per le notizie dall’esterno c’è il problema delle fonti, un contributo arriva dalla corrispondenza, dalla possibilità di usufruire di permessi premio per partecipare a convegni e dibattiti, ma anche dall’incontro con scrittori e giornalisti, che varcano la soglia degli istituti per tenervi conferenze o incontrare i detenuti.
Il più antico di questi giornali “La Grande Promessa”, nato nel 1951 nel penitenziario di Porto Azzurro, dopo un periodo di crisi ha di recente ripreso le sue pubblicazioni, questa volta su Internet. Il sito, www.coopsangiacompo.it , dove si possono leggere le sue pagine, è stato messo a disposizione dalla Cooperativa Sociale “San Giacomo” che da anni collabora con la direzione dell’istituto penitenziario.
“La Grande Promessa”, che trae il suo titolo dalla “grande promessa costituzionale” dell’abolizione dell’ergastolo e a cui va il merito di essere stato un pioniere in questo non facile campo, rinasce quindi per volontà del direttore della Casa di reclusione di Porto Azzurro, Rosario Tortorella, che ha sentito il dovere di ridare voce ad una rivista che da anni costituisce un ponte insostituibile tra carcere e mondo esterno e un veicolo importante delle potenzialità umane di questo mondo poco conosciuto.
Ma anche altre sono le testate “storiche” per l’importanza che hanno assunto nel territorio: “I cancelli” scritto dai detenuti di Vicenza, “Jonathan”, primo esempio di mensile realizzato dai detenuti minorili del penitenziario di Lecce, e “Garçon” del minorile Casal del Marmo di Roma,“Ragazze fuori” (vedi box) redatto dalle donne del carcere di Empoli, e ancora “Ristretti orizzonti”(vedi box) del carcere Due Palazzi di Padova e del femminile della Giudecca di Venezia, e “Magazine 2” di San Vittore a Milano. Entrambi questi ultimi sono riusciti ad avere anche una versione visibile su Internet. Se “Magazine Due” non esce più su carta da due anni (dopo averne passati in attività più di sette), è nato invece in versione telematica cinque anni fa (www.ildue.it) e offre notizie da e per il carcere, forum, sondaggi e testimonianze, funzionando anche come punto di vendita per i prodotti realizzati dentro il carcere. Emilia Patruno, ex militante di Lotta Continua, e oggi giornalista di Famiglia Cristiana è direttore de “Il Due”: «Per i detenuti – dice – lavorare al giornale rappresenta la possibilità di trovare un senso per i giorni che passano, che altrimenti non c’è».
Un capitolo a parte è rappresentato dai giornali degli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari): da “Spiragli” di Montelupo Fiorentino, a “Effatà” dell’Opg di Reggio Emilia, da “Surge et ambula” di Castiglione delle Stiviere, a “33,3 periodico” dell’Opg di Napoli, a “Nabuc” dell’Opg di Aversa che ha anche un sito Internet (www.opgaversa.it.). La presentazione del giornale sul sito, ad opera degli stessi detenuti, spiega anche la scelta dell’insolito titolo. Si legge, infatti: «Non vi parleremo di cancelli, di follia, né di sofferenza, che pure ci sono. Per una volta vogliamo essere noi a dimenticare i nostri familiari che non ci rivogliono. Parliamo d’altro, oggi. Parliamo di Nabucodonosor (per gli amici Nabuc), il re di Babilonia che impazzì per troppa superbia, e pazzo rimase per sette anni… e poi guarì. L’abbiamo scelto come nostro re, nostro rappresentante, perché porti a voi la nostra voce: ancora abbiamo poesia, fantasia e speranza da regalare a voi che ci leggete. Che Nabuc vi faccia sorridere e vi faccia pensare!». «Questo giornale è un’utopia», scrive nella presentazione Adolfo Ferraro, direttore dell’istituto ed anche del giornale. «Rendere dignitosa la sofferenza – continua – rappresentandola senza fronzoli, dare spazio ad una voce che si accetta solo nelle barzellette o nella cronaca nera, è una scommessa vinta in partenza; o forse persa in partenza, il che potrebbe anche essere lo stesso, visto che di utopia si tratta».
Vorremmo aggiungere che ognuno dei tanti giornali (qui per ragioni di spazio abbiamo potuto dare conto ovviamente solo di alcuni) che sono frutto di un impegno dietro le sbarre, rappresentano comunque una vittoria, un risultato straordinario. Questi giornali non hanno forse notizie di grido, non mirano a nessun premio o riconoscimento, ma rappresentano la voce, troppo spesso ignorata, di chi fa parte comunque di questa società. E questo è quello che conta.

 

 




 

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