3 settembre 2010-1.56.01  
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA - DIPARTIMENTO DELL'AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

 

 
           
 
 
 

N. 10 ANNO IV  
Ottobre 2003


 
VITTIME
 
Un eroe e un esempio  
Maurizio Renzi
La storia di Costantino Satta, maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia, ucciso l’8 giugno 1945 nel carcere di Ferrara. Un eroe dimenticato
 
 
Al termine del secondo conflitto mondiale l’Italia è ridotta ad un cumulo di macerie e molti sono i conti rimasti in sospeso; la legalità e il rispetto delle istituzioni, in via di ricostruzione, appaiono più come proclami dei giornali che reali intenti perseguiti dagli ex combattenti delle forze partigiane. Nell’estate del 1945 l’Italia settentrionale rappresenta ancora uno spazio giuridicamente e politicamente vuoto che né il CLN, né il governo militare alleato, né tantomeno lo Stato italiano, impegnato nella sua lenta risalita verso il nord, sono in grado di riempire.
Stando così le cose, il carcere diviene luogo di riferimento entro il quale finiscono ampi strati di questa società, nelle cui contraddizioni si svolge il dramma della guerra civile. Caratteristico di questi anni è il fenomeno di epurazione selvaggia, fenomeno tipico di una fase di trapasso, nel corso del quale, essendo venuto meno il monopolio statale dell’uso della forza, chiunque poteva ritenersi in diritto di farsi giustizia da sé. Si assiste, soprattutto nell’Italia settentrionale, alla costituzione di vere e proprie “compagnie della morte” con il compito di spostarsi da un paese all’altro per regolare i conti ancora sospesi con coloro che avevano collaborato con il regime fascista, dopo l’8 settembre 1943. Scrive lo storico Hans Woller “…Tutto considerato, in ogni caso, si può ragionevolmente affermare che negli anni tra il 1943 e il 1946 persero la vita, per cause riconducibili alla resa dei conti con il fascismo, dalle 10.000 alle 12.000 persone (dalle 5.000 alle 8.000 solo nel 1945). A conclusioni non molto diverse, del resto giunse anche il Ministero degli Interni già nel 1946. In un lungo rapporto rimasto per molto tempo segreto, infatti, si affermava che le vittime dell’epurazione selvaggia erano state più di 8.000 e che i fascisti ancora dati ufficialmente per dispersi erano circa 1.200”1.
Il Corpo degli Agenti di Custodia, disciplinato dal regolamento del 1937, esce dal conflitto presentando all’interno dei propri reparti una situazione drammatica: organici inferiori alle esigenze, paghe basse, turni massacranti; e si trova a dover gestire, con l’aiuto di coraggiosi direttori, un contesto socio-politico confuso ed esplosivo.
Ed è nello sfondo di tale dimensione storico-sociale che si verificano i fatti relativi all’8 giugno 1945. Pochi giorni prima dei tragici fatti che porteranno all’omicidio del maresciallo degli Agenti di Custodia Costantino Satta, il comandante della 55° Brigata Ferrara scriveva al Prefetto illustrando la situazione contingente (Ferrara, 25/5/1945 Prot. n° 25 I)
La situazione della provincia di Ferrara dal punto di vista dell’ordine pubblico è precaria, in quanto non esiste un numero sufficiente di agenti (carabinieri, P.S.) adibiti a tale compito.
Questa situazione provoca due specie di inconvenienti: in primo luogo riesce difficile impedire che si verifichino atti di giustizia o di vendetta privata a carico di elementi fascisti; in secondo luogo è possibile che individui appartenenti a disciolte formazioni fasciste o comunque iscritti all’ex partito fascista repubblicano, diano segni di riscossa, con atti sporadici di violenza ai danni di rappresentanti dei partiti antifascisti o in genere della popolazione.
Gli inconvenienti del primo genere si sono già verificati più volte, e non è il caso di citarli nuovamente…2
Il Maresciallo Costantino Satta è all’epoca Capo Guardia delle Carceri Giudiziarie di Ferrara, denominate Piangipane, dal nome della via in cui sorgono; si tratta di un Istituto moderno, ospitato in un edificio costruito agli inizi del Novecento. Il complesso ospita prevalentemente detenuti per reati comuni, ma viene interessato, per le esigenze di giustizia del CLN, alla detenzione, in attesa di giudizio, di appartenenti al locale fascismo repubblichino e di collaboratori.
Costantino Satta era nato a Macomer (Cagliari) il 7 luglio 1898, si era arruolato nel Corpo degli Agenti di Custodia il 16 marzo del 1921, proveniente dalla Regia Guardia di Finanza, ove aveva prestato servizio nel primo conflitto mondiale. Sposato, con cinque figli, prestava servizio presso l’istituto ferrarese, fintantoché “… il giorno otto Giugno millenovecentoquarantacinque, alle ore tredici circa, mentre trovavasi in detto carcere, in servizio e nell’adempimento delle sue funzioni per mano di un individuo, facente parte di una banda armata che assalì in detto giorno ed ora il sopraddetto Carcere, compiendo atti di minaccia, violenze ed omicidi sulle persone degli agenti di custodia e dei detenuti, ed uccidendo con tre proiettili di rivoltella, sparategli contro il marito, Capo Guardia Satta…”3.
Dagli ulteriori atti d’indagine prodotti dalla direzione del carcere, si delinea meglio il quadro della situazione; infatti il direttore, dottor Cusmano, subito intervenuto, provvede a sentire il restante personale, redigendo i propri atti con estremo realismo.
Nella relazione circa il decesso sul servizio ad opera della Guardia Scelta Faraglia Riccardo si legge: “Come si rileva dal rapporto pari data sul registro rapporti detenuti, oggi alle ore tredici ed un quarto circa, l’ultimo dei partigiani che hanno assalito il carcere, liberati i loro compagni ed uccisi e feriti detenuti politici rinchiusi nella sezione minorenni, prima di uscirsene al Capoguardia Satta Costantino, che lo seguiva protestando, rivolse la seguente domanda: “da quanto tempo state qui in servizio?”. Il Capoguardia, di sicuro per tema della sua incolumità, gli rispose che era qui da pochi mesi, e l’altro senza più proferire verbo, con la pistola, con la quale lo aveva puntato, fece atto di sparare, ma il proiettile non partì. Il Satta con un pugno colpì il braccio dell’aggressore, forse per la scossa subita l’arma riprese a funzionare ed il graduato venne colpito da un proiettile penetratogli nell’occhio sinistro; e caduto bocconi a terra di traverso nel primo corridoio, venne ancora colpito alla nuca e dietro l’orecchio da altri proiettili, da parte dell’aggressore che, compiuto il reato, se ne uscì di corsa dal carcere da vicinissimo secondo portone, che, come il primo era rimasto aperto sotto la sorveglianza di partigiano armato.
Il Satta che all’ingresso dei partigiani nel carcere, (egli si trovava già nel primo corridoio) quando è caduto, è rimasto sempre con gli aggressori, e quindi dubito che lo abbiano soppresso per impedire di venire riconosciuti… (seguono le decisioni dell’Autorità Dirigente)
Il rapporto risponde fedelmente alle indagini da me praticate. Quando, accorso alle salve di mitra ed ai due o tre colpi susseguenti, che ho percepito, sono entrato nel I° corridoio, ho trovato a circa settanta centimetri dai gradini della seconda porta di ingresso, il corpo del capoguardia Satta disteso di traverso bocconi ed immoto, sul piano di detto corridoio. Ho riconosciuto il Satta dal berretto, cadutogli vicino, e, facilitato dall’indumento, dalla complessione e dal colorito nero dei capelli. Trasportato il cadavere al Cimitero, dal perito necroscopico, sono state constatate una prima ferita d’arma da fuoco all’occhio sinistro, ed altre due una alla nuca e l’altra dietro l’orecchio sinistro, tutte prodotte da proiettili di pistola e di unico calibro… ”
Scarne furono le ricerche operate dagli organi di Polizia, che si limitarono a prendere atto di quanto successo come si evince sia dalle note inviate sia dagli organi di P.S., sia dal Comando dei Carabinieri al Gabinetto di Prefettura.
La Questura di Ferrara sarà in grado di riferire al Prefetto solo un elenco di dati circa i fatti oggettivi, ove si riscontrano gli atti portati a compimento da parte di otto individui in divisa kaki, che si erano presentati verso le ore 13 presso il Carcere, ove erano, così travestiti, riusciti ad introdursi col pretesto di dover consegnare un arrestato. Gli stessi penetrati all’interno dello stabilimento avevano liberato una ventina di partigiani colà ristretti e “…facevano uscire dalle loro celle i detenuti politici e schieratili lungo un muro scaricavano contro di essi tre raffiche di mitra uccidendone 13 e ferendone altrettanti. Nell’uscire dal carcere scaricavano anche le loro armi contro il capoguardia freddandolo…”4
Ma nulla si dice su eventuali indizi o indagini in corso. Mentre la Legione dei Carabinieri Reali di Bologna – Compagnia di Ferrara, sarà solo in grado di integrare quanto sopra facendo riferimento al veicolo usato per la fuga: un’auto nera targata RO e una moto Guzzi.
Le indagini non offrono molti elementi chiarificatori sul movente dell’omicidio Satta, ma un dato emerge con chiarezza e cioè che l’assassinio del maresciallo degli Agenti di Custodia non può essere compreso in azioni tese a vendicarsi per comportamenti tenuti dalla vittima nel periodo antecedente la liberazione. Al di là di quanto ascrivibile alla normale conflittualità presente in un Istituto penitenziario, infatti, non è emerso che nel carcere ferrarese il personale di custodia avesse operato in modo non umano verso i detenuti politici, colà rinchiusi dopo l’8 settembre 1943. Infatti, a tal riguardo, si possono citare cenni, tratti dai racconti dell’avvocato ferrarese Giuseppe Longhi, detenuto dal settembre ’43 a tutto l’anno ’44, nel carcere di Via Piangipane. Egli, infatti, ebbe a scrivere sul suo diario, pubblicato dal luglio 1945 su “La Gazzetta del Po”, alcuni passaggi che fotografavano l’operatività quotidiana del personale di custodia, nella routine dei turni e soprattutto nell’umanità con la quale adempivano al loro servizio; “…Le guardie carcerarie svolgevano un lavoro davvero pesante. Oltre la sorveglianza per otto ore della giornata del corridoio antistante la camerata, con un andirivieni spossante per aprire e chiudere le porte ad ogni tintinnio di campanello, oltre la distribuzione del rancio, alle conte che ad ogni sostituzione del personale erano di obbligo, alla custodia nel cortile o nelle garitte durante le ore del passeggio, dovevano vegliare nel corridoio durante la notte sonnecchianti con la testa sul tavolo. E ad intervalli sbirciare attraverso la spia, ossia un quadrato di dieci centimetri che immetteva l’occhio nel locale, se il riposo era perfetto. Tale servizio era compensato con un massimo mensile sulle mille lire. Questi agenti adempivano al loro dovere, assai ingrato, con serietà e comprensione…”5
Rimane, questo, un evento drammatico nella storia del Corpo che assume un valore umano di estrema solidarietà, forgiata nel senso d’appartenenza al Corpo; infatti solo leggendo, col cuore, le toccanti parole del dottor Di Piazza scritte alla Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, si può provare a percepire l’immagine che gli si presentò innanzi, quando si sincerò personalmente delle condizioni di vita in cui versava la famiglia del maresciallo Satta.
“Ieri sera col contabile, Col. Capri, mi sono recato in casa della signora Mazzetto Augusta, vedova del compianto maresciallo Satta, per portarle a nome del personale il ricavato di una offerta spontanea ammontante ad alcune migliaia di lire. La raccolta è stata autorizzata dal sottoscritto perché si era venuti a sapere che la disgraziata famiglia oggi non avrebbe avuto la possibilità materiale di comprare il pane.
Come è a conoscenza il Superiore Ministero il Satta l’8 giugno 1945 venne ucciso nell’adempimento del servizio durante l’aggressione a queste carceri nella quale occasione venivano trucidati anche 17 detenuti. Egli ha lasciato la moglie con cinque figli, e la famiglia vive con il modesto lavoro della figlia maggiore di 22 anni, mentre il figlio Rinaldo di anni 18 da alcuni mesi è disoccupato.
Ancora non le è stata liquidata la pensione la cui documentazione completa per il riconoscimento della causa di servizio è stata inviata con nota n. 448 del 30 aprile u.s.
Le condizioni di vita di questa povera famiglia, alloggiata nel granaio (una vera topaia) di una cascina, cogli infissi sgangherati e senza vetri, con il tetto quasi aperto, mi hanno grandemente rattristato, anche al pensare che l’ottimo Satta, che tutti ricordano come un onesto e integerrimo graduato, ha compiuto il suo dovere fino all’estremo sacrificio della vita, mentre i suoi ora soffrono la fame.
Mi permetto pertanto pregare il Superiore Ministero di voler concedere all’inconsolabile vedova ed ai bambini scalzi e macilenti, un sussidio e sollecitare nello stesso tempo la liquidazione della pensione.
Ripeto, si tratta di un caso pietosissimo, ed ho ancora dinanzi a me la visione di un quadro così doloroso…

IL DIRETTORE
(Dr. G.B. Di Piazza)”6

Solo in data 18 novembre 1960, il Ministro di Grazia e Giustizia concedeva alla vedova l’autorizzazione a fregiarsi dello speciale distintivo d’onore alla memoria “per decesso del marito, maresciallo Satta Costantino, avvenuto sul servizio e per causa di esso e al rilascio dell’unito diploma n. 15”7.
L’omicidio del Maresciallo Satta, in conclusione, si iscrive appieno in un rigurgito di irrazionale giustizialismo, esso rimane un episodio turpe di cui gli odierni appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria debbono serbare ricordo e rispetto, nel compimento del loro servizio come nel perseverante senso d’appartenenza a quel passato della storia degli Agenti di Custodia, che è parte ineludibile dell’attualità e dell’evoluzione futura della Polizia Penitenziaria.

Maurizio Renzi, Vice Ispettore Polizia Penitenziaria


NOTE:

1 Hans Woller, I conti con il fascismo. L’epurazione in Italia 1943-1948, p. 390, Il Mulino, Bologna 1998.
2 cfr Archivio di Stato di Ferrara – Gabinetto di Prefettura busta 401 cod. 53 anni ’45-’49.
3 Estratto da allegato relativo all’istanza di pensione di riversibilità inviato al Ministero di Grazia e Giustizia in data 14/06/1945;
4 Cfr. Archivio di Stato di Ferrara - Gabinetto di Prefettura di Ferrara, mattinale del 9 giugno 1945
5 Cfr. “La Gazzetta del Po”, lunedì 27 agosto 1945.
6 Estratto da allegato relativo all’istanza di pensione di reversibilità inviata al Ministero di Grazia e Giustizia in data 14/06/1945.
7 Nota n. 69599/026230 del 18/11/1960 - del Ministero di Grazia e Giustizia, Direzione Generale per gli Istituti di Prevenzione e Pena.

 

 




 

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